Valerio M. 18 anni
Entro in casa sua, mi aveva cercato nel pomeriggio, era la prima volta questa settimana. Sta ascoltando e cantando la sua canzone preferita “Sin la fine tu trascini la nuestra vida, sin un attimo de rrespiro na na na na mano grandes, mano sin la fine” *. Lei è in cucina che scalda il piatto e mi sorride invitandomi ad entrare: ”Hola amor, prepara el nostro cocktail intanto!”. Il nostro cocktail , alla faccia del succo alla pera! prendo il rhum e sei bicchierini, li riempio e li metto in fila sulla tavola. Arriva Maria col piatto caldo, “Adesso ci facciamo el nostro Way-coca amor!”. La taglia, la stende sul piatto e come al solito mi chiede una tessera per schiacciarla. Mi sono iscritto ad una videoteca per avere una tessera nuova e farci mettere una mia foto decente, quella che usavo prima era la tessera dell’autobus scaduta di due anni prima e ogni volta che Maria la usava mi ripeteva “che nino amor aqui!” mettendomi sempre in imbarazzo.
Sì, lei è più grande di me, avrà il doppio dei miei anni, ma io non posso smettere di pensarla. Iniziamo. Ci sono sei “spari” e sei bicchieri di rhum sopra la tavola. Un rigo, un bicchiere, un rigo, un bicchiere e così un altro ancora. Siamo fatti, entra dentro che è una meraviglia, l’euforia ci fa abbracciare e comincio a baciare Maria, la appoggio al tavolo e le alzo la sottoveste nera, lei con le sua gambe lisce e nude mi cinge la vita, stringendomi tanto da impedirmi qualsiasi movimento. Mi dice: ”Prima fammi el servizio amor, te atende al solito puesto, la rroba è in bagno”.
Non dico una parola, le do un colpetto sulla coscia come segno d’intesa, lei apre le gambe e corro in bagno, alzo quinta la mattonella della seconda fila, quella più nascosta, lontana dalla finestra e dal termosifone.
C’è la scatola di Romeo & Juliet piena di involucri contenenti cocaina già tagliata dalla mano sapiente di Maria, circa 300 grammi x 10.000 euro di valore. Ho sognato mille volte di sposare Maria, aiutarla nel lavoro e mettere via un bel gruzzolo per andare a vivere con lei ai caraibi. Mi ha parlato spesso di un mare senza alghe, dei cocktail con il vino e la frutta e delle feste che si fanno in quei posti, altro che questa vigliacca periferia ingrata! Esco dal bagno e ritorno in cucina, Maria mi dice: ”Estai atento amor” e mi mette in mano una pistola “E’ carica” aggiunge.
Non avevo mai tenuto un cannone in mano, non sapevo nemmeno dove metterlo, avevo paura che mi partisse un colpo sulle palle, così lo tengo nella tasca interna del giubbetto.
Il solito servizio consiste nell’andare al parco, sedersi sull’unica panchina non illuminata e aspettare un tizio che mi chiama con un cenno, seguirlo, scambiare i pacchi, controllarne il contenuto e tornare da Maria a fare l’amore. Non capisco il bisogno della pistola. Sono arrivato in orario, di solito il tipo è puntuale, ma oggi non si vede, aspetterò ancora dieci minuti poi andrò via, ho addosso troppa roba e si sta facendo tardi. Quando sento:”Ehi tu! mani in alto polizia!” cazzo! sono fottuto! il tipo viene verso di me con la pistola puntata, io infilo la mano nella tasca interna del bomber per togliere il cannone e buttarlo via prima che me lo veda. Come tiro fuori la pistola lo sbirro mi vede “Mettila a terra stronzo! vuoi morire? hai scelto oggi come giorno per morire? non fare scherzi ragazzino, mettila giù!” La mia mano inizia a tremare tanto che involontariamente premo il grilletto “Click!” per fortuna era scarica, ma il poliziotto non se ne accorge e d’istinto mi spara, vedo una fiamma uscire dalla sua mano e sento un gran bruciore sotto l’occhio sinistro e un sibilo fortissimo che mi rimbomba nelle orecchie. Non ho le forze, cado in ginocchio, e poi in avanti, sono a terra.
Il sangue caldo sta affogando i miei occhi, le dita dei piedi e delle mani stanno diventando di ghiaccio. In questi momenti ti dovrebbe passare tutta la vita davanti, io vedo solo Maria. Avrei voluto darle un altro bacio.
Sento la voce del poliziotto “Povero stronzo la tua puttana ti ha venduto!”, mentre mi mette una mano nel giubbetto per cercare la roba, ma io non ci credo, lei mi ama io sono il suo “amor”. Il mio cuore ha continuato a battere un altro minuto in più, solo per lei.
*scusa Gino
Quando Bevo Scrivo
poesie e racconti di Mauro Fodaroni
giovedì 12 novembre 2009
giovedì 5 novembre 2009
Umbria, geografie del mistero

- Umbrialibri 2009 -
Perugia, ex chiesa S. Maria della misericordia domenica 15 Novembre ore 10.30,
Presentazione del volume: "Umbria, geografie del misteto" a cura dello scrittore Giovanni Pannacci
Nel volume è stato inserito un mio racconto noir:
"La regina d'Inghilterra"
Incipit
La Regina d’Inghilterra.
Se fosse stata nella sua Liverpool, Alice Branagan, non avrebbe avuto alcuna difficoltà nel trovare la sua marca preferita, i Night shop, degli immigrati indiani, ne tenevano sempre una certa scorta.
Dove si trovava adesso, in quel mini market nel centro di Perugia, cercare una Carling Gold River era un’impresa pressoché impossibile. Davanti ai suoi occhi troneggiavano, infatti, tre marche di birra italiana, dal gusto troppo amaro per il suo palato anglosassone, svariate lattine di birra chiara tedesca troppo leggere per il suo giovane fegato inglese bisognoso d’alcool e varie bottiglie di vino, decisamente troppo care per le su tasche di studentessa Erasmus.
Si arrotolò una ciocca dei suoi biondi capelli, fingendo di controllarseli sullo specchio antitaccheggio e si avviò alla cassa mostrando solo un pacchetto di gomme da masticare.
lunedì 12 ottobre 2009
Strano amico
Era un amico, se così si può definire, molto particolare. La persona più conformista che si potesse conoscere.
C’incontrammo ad una festa dove nessuno dei due conosceva i padroni di casa e molti degli altri partecipanti. In verità io non conoscevo nessuno in quanto chi mi aveva invitato non era venuto.
Una di quelle feste tipo open house dove la gente di quel tempo portava altra gente e via discorrendo, dove si beveva, si parlava di filosofia, di politica e si rimaneva in silenzio, col bicchiere di plastica in mano, ascoltando quello che aveva la parlantina migliore. Roba da universitari insomma.
Avevo nella mano destra uno spritz che mi aveva preparato una ragazza conosciuta quella sera. A prima vista sembrava carina, una chiacchiera tutta entusiasta, grandi occhi azzurri che ruotavano nelle orbite. Veramente un bel paio d’occhi. Però poi sorrise un po’ troppo di gusto ad una mia battuta. In effetti quella battuta faceva ridere sempre, le ragazze si sganasciavano quando la raccontavo e allora la usavo sempre per fare colpo. Come faceva? Bho ora non me la ricordo più però era un bel cazzo di battuta da far svenire dalle risate. La ragazza, dicevo, si sganasciò pure lei e mi mostrò quello schifo che aveva in bocca. Una roba! Denti piccoli e gengive grandi. Provai anche a superare la cosa ma non ci riuscii. Dovevate vederla. Un mulo. Pensai al poveraccio che l’avrebbe sposata. Pensate al mattino. “buongiorno amore” appena sveglio e guardi la donna che ti sta al fianco. Fortunatamente un ragazzo con gli occhiali e pettinato male pensò bene di chiederle un altro spritz così riuscii a levarmela di torno. Quello spritz del resto faceva pure schifo perché lei, la gengivona, non metteva mai più di un dito di prosecco. Che roba. Solo una con quei denti poteva pensare una cosa del genere.
Ero al tavolo a cercare una bottiglia di prosecco per aggiungerne altre due dita quando sentii per la prima volta la sua voce.
- Assaggi il mio negroni, lo spritz della signorina Annika è buono ma secondo me gli mancano due dita di prosecco.
Ci capimmo subito. Si scusò per non essersi presentato e mettendosi una mano sul petto mi disse che si chiamava Oliver ma tutti lo chiamavano Doc. Anche a me avevano affibbiato un soprannome all’università, ma non glielo dissi. Mi faceva schifo il mio soprannome. Il matto. “Attenti arriva il matto”, “Guarda che occhi”. Lasciavo scie di risatine da ragazze che tenevano al petto libri pieni di porcherie universitarie e ragazzi con vestiti puliti e ben rasati. Non gli chiesi perché lo chiamassero Doc, ovviamente pensai che si fosse già laureato, era sicuramente più vecchio di me quel precisino, ma non glielo chiesi perché non volevo che si entrasse nell’argomento università. In effetti per me quegli anni erano uno schifo. Che roba.
Quando studi lettere e filosofia ti possono capitare due cose. O ti laurei subito e macini esami come una falciatrice il fieno o ti inquieti e dai di matto perché è quella stronza filosofia che ti porta a dare di matto, almeno a me. Però con lui restai sul vago ogni volta che si entrava nell’argomento. “Sì è ok!”, “Sai si studia”, “Shopenhauer è una forza, ma parliamo delle ragazze hai visto quella con le tette rifatte?”. Cambiavo argomento, mi sembrava la cosa più giusta da fare. Uno perché sono fatti miei. Due bho!, insomma non ci deve essere sempre una spiegazione per tutto non vi pare?
Anche lui prima di arrivare là non conosceva nessuno ma dopo una mezz’oretta già dava pacche sulle spalle a Rodrigo e Marcel i due affittuari dell’appartamento e scambiava battute di riferimento con chi incontrava. Quella stessa sera mi disse che, se per me andava bene, ci saremmo rivisti il giorno dopo a casa mia, “ok” gli dissi e tracannai il bicchiere tutto d’un fiato. Che roba quel negroni era proprio buono.
Quel periodo avevo un hobby. I due ragazzi che dividevano l’appartamento con me, un ubriacone che veniva dal Veneto e un romano che puzzava da morire, che schifo dovevate sentire che puzza veniva dalla sua stanza. Una roba. Quei due malati mentali, dicevo, avevano installato una tv satellitare e con una scheda pirata riuscivano a vedere le partite di calcio. Li dovevate vedere. Uno con gli occhi rossi che beveva vino e smadonnava in veneziano e lo sporcone stendeva le gambe coi suoi calzini sudici sul mobiletto. Guardavano ogni tipo di partita. Calcio serie A, Calcio primavera, calcio dilettanti, calcio serie B, C, D e tutto il resto, anche le repliche e le trasmissioni di stupidi sgrammaticati con pochi capelli in testa che mostravano moviole di pallosissime azioni di gioco e scosciate giovani donne. Ogni volta che aprivo i libri sentivo la telecronaca di una stupida partita che m’infastidiva. Mi ero proprio stancato di mettermi seduto, aprire il libro, leggere, ripetere e poi non ricordarmi niente di quello che avevo letto e ripetuto perché in sottofondo sentivo sempre quelle interminabili telecronache con un tale con la voce monocorda e un altro che sbagliava i congiuntivi e rideva istericamente. Chiusi i libri e mi avvicinai ai miei due coinquilini. “Chi gioca?” gli domandai.
Era la replica di una partita di serie A. Non mi chiedete i nomi delle squadre, perché non me li ricordo, ah sì forse una era il Lazio o Firenze..bho! Comunque mi misi dietro ai due e ascoltai i loro commenti, mi divertivo un sacco. I giocatori avevano nomi bellissimi, nomi epici da leggere sui libri di storia, nomi di eroi. Quando un giocatore che aveva un bel nome prendeva palla io chiedevo “E’ un giocatore forte questo?” Il veneziano rispondeva “Uelà!” e il romano ripeteva sempre nello stesso modo ben scandito ed a voce alta il cognome, il nome, due punti “ha militato nella Lodigiani, nel Como,….” Ah Ah, sapeva tutto. Anche i goal che il giocatore aveva realizzato in carriera. Incredibile. Che roba. Da perderci la testa. Poi vedevo che oltre i giocatori delle due squadre c’erano anche altri uomini in campo. Gli chiedevo chi fossero e lui schifato “è l’arbitro Rombon di San Donà esordio in serie A il ..”, pure l’arbitro aveva il nome da eroe. “E gli altri due con la bandiera in mano che corrono come granchi? Come si chiamano?”. Alla mia richiesta strizzò le labbra e scosse la testa. Non sapeva i nomi dei guardalinee. Era fantastico perché, con un cognome idiota come il mio, avrei potuto lo stesso fare il guardalinee. Avevo un hobby dicevo, giusto. No, di questo stupido gioco del pallone me ne dimenticai appena i due ragazzi se ne andarono. In effetti un po‘ mi mancano anche se puzzavano e vomitavano per casa.
CONTINUA
C’incontrammo ad una festa dove nessuno dei due conosceva i padroni di casa e molti degli altri partecipanti. In verità io non conoscevo nessuno in quanto chi mi aveva invitato non era venuto.
Una di quelle feste tipo open house dove la gente di quel tempo portava altra gente e via discorrendo, dove si beveva, si parlava di filosofia, di politica e si rimaneva in silenzio, col bicchiere di plastica in mano, ascoltando quello che aveva la parlantina migliore. Roba da universitari insomma.
Avevo nella mano destra uno spritz che mi aveva preparato una ragazza conosciuta quella sera. A prima vista sembrava carina, una chiacchiera tutta entusiasta, grandi occhi azzurri che ruotavano nelle orbite. Veramente un bel paio d’occhi. Però poi sorrise un po’ troppo di gusto ad una mia battuta. In effetti quella battuta faceva ridere sempre, le ragazze si sganasciavano quando la raccontavo e allora la usavo sempre per fare colpo. Come faceva? Bho ora non me la ricordo più però era un bel cazzo di battuta da far svenire dalle risate. La ragazza, dicevo, si sganasciò pure lei e mi mostrò quello schifo che aveva in bocca. Una roba! Denti piccoli e gengive grandi. Provai anche a superare la cosa ma non ci riuscii. Dovevate vederla. Un mulo. Pensai al poveraccio che l’avrebbe sposata. Pensate al mattino. “buongiorno amore” appena sveglio e guardi la donna che ti sta al fianco. Fortunatamente un ragazzo con gli occhiali e pettinato male pensò bene di chiederle un altro spritz così riuscii a levarmela di torno. Quello spritz del resto faceva pure schifo perché lei, la gengivona, non metteva mai più di un dito di prosecco. Che roba. Solo una con quei denti poteva pensare una cosa del genere.
Ero al tavolo a cercare una bottiglia di prosecco per aggiungerne altre due dita quando sentii per la prima volta la sua voce.
- Assaggi il mio negroni, lo spritz della signorina Annika è buono ma secondo me gli mancano due dita di prosecco.
Ci capimmo subito. Si scusò per non essersi presentato e mettendosi una mano sul petto mi disse che si chiamava Oliver ma tutti lo chiamavano Doc. Anche a me avevano affibbiato un soprannome all’università, ma non glielo dissi. Mi faceva schifo il mio soprannome. Il matto. “Attenti arriva il matto”, “Guarda che occhi”. Lasciavo scie di risatine da ragazze che tenevano al petto libri pieni di porcherie universitarie e ragazzi con vestiti puliti e ben rasati. Non gli chiesi perché lo chiamassero Doc, ovviamente pensai che si fosse già laureato, era sicuramente più vecchio di me quel precisino, ma non glielo chiesi perché non volevo che si entrasse nell’argomento università. In effetti per me quegli anni erano uno schifo. Che roba.
Quando studi lettere e filosofia ti possono capitare due cose. O ti laurei subito e macini esami come una falciatrice il fieno o ti inquieti e dai di matto perché è quella stronza filosofia che ti porta a dare di matto, almeno a me. Però con lui restai sul vago ogni volta che si entrava nell’argomento. “Sì è ok!”, “Sai si studia”, “Shopenhauer è una forza, ma parliamo delle ragazze hai visto quella con le tette rifatte?”. Cambiavo argomento, mi sembrava la cosa più giusta da fare. Uno perché sono fatti miei. Due bho!, insomma non ci deve essere sempre una spiegazione per tutto non vi pare?
Anche lui prima di arrivare là non conosceva nessuno ma dopo una mezz’oretta già dava pacche sulle spalle a Rodrigo e Marcel i due affittuari dell’appartamento e scambiava battute di riferimento con chi incontrava. Quella stessa sera mi disse che, se per me andava bene, ci saremmo rivisti il giorno dopo a casa mia, “ok” gli dissi e tracannai il bicchiere tutto d’un fiato. Che roba quel negroni era proprio buono.
Quel periodo avevo un hobby. I due ragazzi che dividevano l’appartamento con me, un ubriacone che veniva dal Veneto e un romano che puzzava da morire, che schifo dovevate sentire che puzza veniva dalla sua stanza. Una roba. Quei due malati mentali, dicevo, avevano installato una tv satellitare e con una scheda pirata riuscivano a vedere le partite di calcio. Li dovevate vedere. Uno con gli occhi rossi che beveva vino e smadonnava in veneziano e lo sporcone stendeva le gambe coi suoi calzini sudici sul mobiletto. Guardavano ogni tipo di partita. Calcio serie A, Calcio primavera, calcio dilettanti, calcio serie B, C, D e tutto il resto, anche le repliche e le trasmissioni di stupidi sgrammaticati con pochi capelli in testa che mostravano moviole di pallosissime azioni di gioco e scosciate giovani donne. Ogni volta che aprivo i libri sentivo la telecronaca di una stupida partita che m’infastidiva. Mi ero proprio stancato di mettermi seduto, aprire il libro, leggere, ripetere e poi non ricordarmi niente di quello che avevo letto e ripetuto perché in sottofondo sentivo sempre quelle interminabili telecronache con un tale con la voce monocorda e un altro che sbagliava i congiuntivi e rideva istericamente. Chiusi i libri e mi avvicinai ai miei due coinquilini. “Chi gioca?” gli domandai.
Era la replica di una partita di serie A. Non mi chiedete i nomi delle squadre, perché non me li ricordo, ah sì forse una era il Lazio o Firenze..bho! Comunque mi misi dietro ai due e ascoltai i loro commenti, mi divertivo un sacco. I giocatori avevano nomi bellissimi, nomi epici da leggere sui libri di storia, nomi di eroi. Quando un giocatore che aveva un bel nome prendeva palla io chiedevo “E’ un giocatore forte questo?” Il veneziano rispondeva “Uelà!” e il romano ripeteva sempre nello stesso modo ben scandito ed a voce alta il cognome, il nome, due punti “ha militato nella Lodigiani, nel Como,….” Ah Ah, sapeva tutto. Anche i goal che il giocatore aveva realizzato in carriera. Incredibile. Che roba. Da perderci la testa. Poi vedevo che oltre i giocatori delle due squadre c’erano anche altri uomini in campo. Gli chiedevo chi fossero e lui schifato “è l’arbitro Rombon di San Donà esordio in serie A il ..”, pure l’arbitro aveva il nome da eroe. “E gli altri due con la bandiera in mano che corrono come granchi? Come si chiamano?”. Alla mia richiesta strizzò le labbra e scosse la testa. Non sapeva i nomi dei guardalinee. Era fantastico perché, con un cognome idiota come il mio, avrei potuto lo stesso fare il guardalinee. Avevo un hobby dicevo, giusto. No, di questo stupido gioco del pallone me ne dimenticai appena i due ragazzi se ne andarono. In effetti un po‘ mi mancano anche se puzzavano e vomitavano per casa.
CONTINUA
mercoledì 7 ottobre 2009
Super Sayan
A volte capita che anche una frase semplice, diretta, ma detta dalla persona giusta, abbia il potere di cambiarti l’umore, anche se si tratta del solo ricordo di quella frase.
Sinceramente mi capita spesso di svegliarmi già nervoso, andare al bar della statale per un caffé e un pacchetto di Camel e di ritrovarmi a pagare con l’agitazione che fa tremare le mani.
Mi è successo anche stamattina. Avevo il portafogli in mano ed ero in fila alla cassa del bar. Davanti a me c’erano due uomini che ci stavano "provando" con la cassiera, una falsa bionda con la faccia quadrata e gli occhi piccoli.
Che diavolo ci trovavano quei due proprio non lo so.
Buttavo energicamente fuori aria dalla bocca e sbattevo rapidamente il piede destro per terra. Anche la cassiera non dimostrava interesse nei miei confronti.
Ho alzato la mano impugnando il portafogli.
- Posso pagare il caffé? – Le ho detto a voce alta dalla mia terza posizione della coda. La mia lamentela però non ha solleticato per niente la vanitosa ragazza con la ricrescita. La tipa era in preda alle smancerie dei due tipi vestiti da rappresentanti di prodotti farmaceutici in abiti blu e cravatte scure e con ancora gli auricolari dei telefonini infilati nelle orecchie.
- Questo ti è caduta dal portafogli.
Una ragazza, anche lei in coda dietro di me, mi dà un colpetto sulla spalla e sorride guardando quello che mi stava restituendo.
Dal portafogli mi era caduta la figurina plastificata di Goku Super Sayan.
Mi sono defilato dalla coda per la cassa e mi sono immerso nei ricordi di quella figurina.
Due anni prima, quando ancora arbitravo in serie C, prima dell’inizio del campionato chiesi a mio nipote Jerry di darmi un portafortuna per la stagione perché in ballo c’era la serie A.
Il piccolo si mise l’indice alla bocca e puntò gli occhi al soffitto.
- Guko, l’eroe buono che combatte il male! – Mi disse invaso dalla soddisfazione.
- Lo porterò sempre nel taccuino – Gli risposi.
E fu così, veramente. Per quasi tutto il campionato portai nel taccuino dove annotavo i gol e i provvedimenti disciplinari la figurina plastificata del cartone preferito di mio nipote.
Andò tutto troppo bene. Prima di scendere in campo baciavo la figurina, prima del colloquio con l’osservatore che mi avrebbe messo il voto stringevo Guku Super Sayan tra le mani.
Suscitando non poche ilarità nei miei colleghi arbitri, che però poi sorridevano compiaciuti quando dicevo loro la provenienza del portafortuna.
La mattina dell’ultima partita di quella stagione ero nel panico ansioso più totale. Dovevo viaggiare da solo fino alla città della gara. Mi svegliai in ritardo e feci la borsa in fretta e furia.
Mi dimenticai il taccuino a casa.
La gara andò male. Quel giorno entrò nello spogliatoio il nostro capo che era venuto con la decisa intenzione di scegliere se mandarmi in serie A oppure no.
Decise per il no. Al ritorno la porta di casa si aprì da sola, mio nipote era dietro che mi aspettava ansioso.
- Allora? – Mi chiese con la curiosità dei suoi sette anni.
- È andata male – Gli risposi.
Mi abbracciò e mi disse che anche Guko era morto ma adesso era nel paradiso dei Super Sayan a proteggere i suoi figli.
E’ grazie a mio nipote che non ho rimpianti di quell’esperienza.
Grazie a lui ed al bene che mi ha dimostrato, per tutto il campionato mi sono allenato, preparato e impegnato come mai avrei potuto fare.
Sono riuscito ad arrivare ad un piccolissimo balzo dall’ambitissima promozione nella categoria professionistica, ma questo continua tuttora a non importarmi.
La mia serie A l’ho già conquistata e la riconquisto ogni volta che Jerry mi abbraccia e mi dice “ti voglio bene zio”.
- Te l’ho offerto io il caffè – mi ha detto la ragazza che mi aveva restituito la figurina plastificata.
- Grazie due volte allora –
- Fugurati! con un po’ di gentilezza sai quante cose andrebbero meglio…
Sinceramente mi capita spesso di svegliarmi già nervoso, andare al bar della statale per un caffé e un pacchetto di Camel e di ritrovarmi a pagare con l’agitazione che fa tremare le mani.
Mi è successo anche stamattina. Avevo il portafogli in mano ed ero in fila alla cassa del bar. Davanti a me c’erano due uomini che ci stavano "provando" con la cassiera, una falsa bionda con la faccia quadrata e gli occhi piccoli.
Che diavolo ci trovavano quei due proprio non lo so.
Buttavo energicamente fuori aria dalla bocca e sbattevo rapidamente il piede destro per terra. Anche la cassiera non dimostrava interesse nei miei confronti.
Ho alzato la mano impugnando il portafogli.
- Posso pagare il caffé? – Le ho detto a voce alta dalla mia terza posizione della coda. La mia lamentela però non ha solleticato per niente la vanitosa ragazza con la ricrescita. La tipa era in preda alle smancerie dei due tipi vestiti da rappresentanti di prodotti farmaceutici in abiti blu e cravatte scure e con ancora gli auricolari dei telefonini infilati nelle orecchie.
- Questo ti è caduta dal portafogli.
Una ragazza, anche lei in coda dietro di me, mi dà un colpetto sulla spalla e sorride guardando quello che mi stava restituendo.
Dal portafogli mi era caduta la figurina plastificata di Goku Super Sayan.
Mi sono defilato dalla coda per la cassa e mi sono immerso nei ricordi di quella figurina.
Due anni prima, quando ancora arbitravo in serie C, prima dell’inizio del campionato chiesi a mio nipote Jerry di darmi un portafortuna per la stagione perché in ballo c’era la serie A.
Il piccolo si mise l’indice alla bocca e puntò gli occhi al soffitto.
- Guko, l’eroe buono che combatte il male! – Mi disse invaso dalla soddisfazione.
- Lo porterò sempre nel taccuino – Gli risposi.
E fu così, veramente. Per quasi tutto il campionato portai nel taccuino dove annotavo i gol e i provvedimenti disciplinari la figurina plastificata del cartone preferito di mio nipote.
Andò tutto troppo bene. Prima di scendere in campo baciavo la figurina, prima del colloquio con l’osservatore che mi avrebbe messo il voto stringevo Guku Super Sayan tra le mani.
Suscitando non poche ilarità nei miei colleghi arbitri, che però poi sorridevano compiaciuti quando dicevo loro la provenienza del portafortuna.
La mattina dell’ultima partita di quella stagione ero nel panico ansioso più totale. Dovevo viaggiare da solo fino alla città della gara. Mi svegliai in ritardo e feci la borsa in fretta e furia.
Mi dimenticai il taccuino a casa.
La gara andò male. Quel giorno entrò nello spogliatoio il nostro capo che era venuto con la decisa intenzione di scegliere se mandarmi in serie A oppure no.
Decise per il no. Al ritorno la porta di casa si aprì da sola, mio nipote era dietro che mi aspettava ansioso.
- Allora? – Mi chiese con la curiosità dei suoi sette anni.
- È andata male – Gli risposi.
Mi abbracciò e mi disse che anche Guko era morto ma adesso era nel paradiso dei Super Sayan a proteggere i suoi figli.
E’ grazie a mio nipote che non ho rimpianti di quell’esperienza.
Grazie a lui ed al bene che mi ha dimostrato, per tutto il campionato mi sono allenato, preparato e impegnato come mai avrei potuto fare.
Sono riuscito ad arrivare ad un piccolissimo balzo dall’ambitissima promozione nella categoria professionistica, ma questo continua tuttora a non importarmi.
La mia serie A l’ho già conquistata e la riconquisto ogni volta che Jerry mi abbraccia e mi dice “ti voglio bene zio”.
- Te l’ho offerto io il caffè – mi ha detto la ragazza che mi aveva restituito la figurina plastificata.
- Grazie due volte allora –
- Fugurati! con un po’ di gentilezza sai quante cose andrebbero meglio…
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